Il mito del grande vino

15 maggio 2013
Il mito del grande vino

Gli ultimi trent’anni hanno visto notevoli cambiamenti nel mondo del vino italiano. Vediamone alcuni utili a riflettere sul mito dei grandi vini.

Si è intanto passati da un consumo quantitativamente importante, attorno ai 100 litri pro capite degli anni Settanta, agli attuali 40 o poco meno. Il vino ha così quasi cessato di essere una componente di tipo calorico e alimentare per diventare sempre più un elemento di piacere.

Un grosso aiuto in questo senso è avvenuto, purtroppo, ad opera dello scandalo del metanolo, oggi quasi dimenticato, che nel 1986 uccise oltre 20 persone e ne rese cieche numerose altre. Lo scalpore che suscitò allora quel vino truffaldino venduto a prezzi stracciati ebbe infatti il merito di far riflettere sia i consumatori sia i produttori su quale strada si volesse imboccare nel futuro, con indubbi progressi verso la diffusione di una cultura della qualità.

Un terzo elemento che iniziò ad avere ripercussioni sempre più importanti sul crescente popolo degli appassionati di vino fu il fenomeno delle guide. Non solo italiane, in quanto i nomi di Robert Parker e della sua pubblicazione The Wine Advocate, come pure quello del mensile Wine Spectator, iniziarono a circolare sempre di più e non era raro trovare nelle enoteche e nei ristoranti copie di queste pubblicazioni. La guida annuale che si affermò in modo più significativo fu Vini d’Italia, edita da Slow Food e Gambero Rosso a partire dal 1987. Una guida che divenne celebre per i propri Tre Bicchieri, assegnati inizialmente a sole 30 etichette e poi espansi sino al bel numero di 400. Pubblicazioni, italiane e straniere, accomunate dall’esaltazione di vini particolarmente ricchi, fruttati, muscolosi, alcolici, pesantemente segnati dall’affinamento in barrique: in una parola, dallo stile “moderno” e “internazionale”.

Tutti questi fenomeni (la ricerca del piacere, la voglia di bere vini genuini anche se più costosi che in passato e la notorietà dei vini acclamati come imperdibili dalle guide) hanno indotto per parecchi anni moltissimi consumatori a dare la propria preferenza soprattutto a vini che avessero raggiunto punteggi stellari: i già citati Tre Bicchieri, oppure più di 90 centesimi sui periodici americani e su I Vini di Veronelli, oppure ancora, a seguire, i 5 grappoli della guida curata dall’Associazione Italiana Sommelier e i 18 ventesimi de I Vini d’Italia pubblicata dall’Espresso.

Ed è così nata la lunga stagione dei vini imperdibili, della ricerca spasmodica del Sassicaia e dei vari (peraltro sempre buonissimi) SuperTuscans, dell’accaparramento dei vini di microscopiche cantine friulane come langarole, degli acquisti en primeur preso l’enoteca di fiducia delle bottiglie presumibilmente più premiate e quindi più difficili da reperire.

Tutto bene. Ma forse si è dimenticato, per troppi anni e da parte di troppe persone amanti del buon bere, che ci sono momenti in cui un bel Lambrusco di Sorbara è preferibile a tutti i Cabernet californiani, un immediato e diretto Friulano è più godibile di qualsivoglia Chardonnay australiano, un grintoso Sangiovese ci soddisfa più di ogni Merlot toscano ricco di legno e di dolcezza.

E forse è arrivata l’ora di poter dire che si può bere bene, spesso benissimo, anche con vini senza troppi centesimi e stelline, perché non si vive di soli miti ma di buone bottiglie. E il portafoglio ringrazia.

 

Vittorio Manganelli

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