Servono ancora le guide ai vini?

13 novembre 2013
Servono ancora le guide ai vini?

di Vittorio Manganelli

Sono uscite le guide ai vini italiani per l’anno 2014.

Ha fatto immediatamente scalpore (come ogni anno, del resto) il fatto che non vi sia una grande assonanza di giudizio nel premiare i migliori vini d’Italia, per cui quelli ritenuti veramente eccezionali da tutte le guide sono veramente pochi.

Ma questo non deve essere un elemento che scandalizza più di tanto: troppo diversi sono i metodi di assaggio tra una guida e l’altra (sia per comprensibili ragioni organizzative sia per scelte dei curatori) per pensare di trovare elenchi di premi concordanti. Inoltre, pur studiandosi vicendevolmente, tutte le guide ci tengono ad avere una propria distinta personalità. E, se non ci si sofferma solo sui punteggi (intesi come centesimi o ventesimi, bicchieri, stelle, bottiglie, bicchieri, grandi vini, ecc.) più eclatanti, in realtà si vede che assai spesso le valutazioni sulle duemila (più o meno) cantine recensite non sono poi così discordanti.

Detto questo, vi è un altro tema che ogni anno viene sollevato: sono ancora utili le guide di carta? Non è meglio affidarsi ai vari blog e farla finita con questo vecchio e pesante (e un po’ costoso) strumento libresco?

Io resto dell’idea che le guide siano utili, anche perché non conosco un sito che mi racconti l’assaggio, ogni anno, di 15 o 20.000 vini diversi e me li metta in un qualche ordine di qualità. Almeno in Italia. Ma è anche vero che i più importanti siti stranieri (quelli a pagamento) si occupano di tutti i vini del mondo, giungendo spesso in ritardo nelle valutazioni delle etichette italiane (sempre che Wine Spectator, tanto per fare un esempio, sia ritenuto un utile strumento informativo).

È vero, io sostengo la causa delle guide nostrane, ma qualche difettuccio lo si può trovare in tutte, e non mancano le accuse: a I Vini d’Italia dell’Espresso di ricercare novità ad ogni costo e di avere troppa attenzione per alcune cantine che fanno pubblicità sulla stessa guida; a Vini d’Italia del Gambero Rosso di avere troppi occhi di riguardo per i soliti noti; a Bibenda di essere troppo vecchia e assai disomogenea nelle valutazioni tra regione e regione; a Slow Wine di inseguire una non facile traduzione enologica del mantra “buono pulito e giusto”; a  I Vini di Veronelli di avere preoccupanti sbalzi di umore nella valutazione di alcune cantine tra un anno e l’altro, e si potrebbe proseguire.

Resta il fatto che, pur avendo ognuna qualche limite, si tratta di strumenti complessivamente utili, in particolare per chi viaggia e vuole conoscere le etichette consigliate in una zona enologica diversa dalla propria.

Tenuto perà conto che, alla fin fine, le informazioni che si cercano maggiormente sono quelle relative ai vini da comprare per provare gioia o almeno soddisfazione, resto dell’idea che il migliore dei modi per accostarsi al vino sia quello di parlare con un buon enotecaro: lui sì che ci può guidare verso il piacere.

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