Che cosa svelano i dati sulla produzione delle Doc?

06 giugno 2013
Che cosa svelano i dati sulla produzione delle Doc?

Leggersi interminabili tabelle di numeri relativi alla produzione delle 370 Doc e delle 73 Docg potrebbe sembrare noioso, addirittura sterile, un lavoro da lasciar fare agli statistici.

Ma non è sempre così. Infatti c’è almeno un elemento che i consumatori, i produttori, i ristoratori (e, perché no, i bar) e gli enotecari devono tenere presente: le cifre sono ottimiindicatori dello stato di salute di una determinata tipologia.

Il che può avere diverse implicazioni.

Per il consumatore, in particolare, si tratta di cogliere nuove zone, che possono essere sulla via per diventare “di moda” e quindi meritevoli di essere assaggiate. Pensiamo a quanti anni consecutivi hanno visto crescere i numeri della Doc Bolgheri, prima nota quasi solo per il Sassicaia. Oppure, alla stessa stregua, la zona di Scansano con il suo Morellino. Oppure ancora, per venire a giorni più vicini ai nostri, alla Doc Etna (in versione soprattutto rossa ma anche bianca), che si sta rivelando più che meritevole di essere assaggiata.

Per chi il vino lo vende (a bicchiere o in bottiglia) l’attenzione all’andamento dei numeri è ancora più significativa, viste le ovvie ricadute economiche. A fronte di “scoperte” che si impongono sul mercato, infatti, è necessario attrezzarsi bene e per tempo. Ricordiamo tutti il periodo in cui il Nero d’Avola era tra i vini di culto, richiesto dall’aperitivo al dopocena da crescenti frotte di giovani innamorati della rotondità della novità siciliana. E qui ha visto bene chi si è informato subito su produttori, qualità e prezzi dell’area emergente, in modo da poter affrontare la crescente richiesta con le dovute scorte in cantina. Senza dimenticare, però, che le mode hanno la loro durata, per cui chi è nel commercio deve saper cogliere (sempre dalle cifre, oltre che dalle richieste dei clienti) il mutare di un clima: sarebbe poco conveniente trovarsi in possesso di eccessive quantità di vini di una denominazione che sta entrando in crisi, già scalzata sul podio dalla moda di un nuovo vino di cui noi conosciamo a malapena l’esistenza.

Il che, comunque, non deve significare che consumatori e venditori devono essere alla ricerca continua di sintomi di vitalità o di recessione all’interno delle diverse denominazioni. Anche perché vi sono situazioni in cui l’aumento continuo della produzione (prendiamo il caso degli ultimi vent’anni del Barolo) non è – purtroppo – indice di un incremento del consumo in Italia, quanto piuttosto la scoperta di questo vini da parte dei ricchi mercati emergenti a livello internazionale. E non è neanche – di nuovo purtroppo – di per sé sintomo di un aumento della qualità, in quanto si vanno spesso a fare nuovi impianti di uve nebbiolo da Barolo in posizioni poco vocate. Deve piuttosto spingerci a ragionare sulla nostra sensibilità, sui nostri gusti, sul mutare dei tipi di consumo: poi decideremo se e come andare dietro ai numeri. Anche perché se così non fosse, dovremmo metterci tutti a bere Prosecco, il vino (Doc e Docg) con il maggior incremento produttivo degli ultimi anni. Può invece succedere che a un lieve calo della produzione corrisponda un consistente aumento della qualità, come sta felicemente succedendo con il Lambrusco: a volte non bastano i numeri, bisogna usare il proprio palato.

Vista l’importanza della questione (per il piacere e per il portafoglio), è quindi consigliabile dare anche un’occhiata alle cifre e trarne ispirazione, ad esempio consultando il benemerito sito www.inumeridelvino.it.

Vittorio Manganelli

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